sabato 20 luglio 2019

Novilara. Una lapide e una lucerna

di Marco Delbianco

 

Venimmo ad abitare nel podere di via Casale a Novilara, nel settembre 1960 prima della semina, secondo la tradizione contadina. Mentre i miei erano tutti intenti alla sistemazione degli attrezzi, notai sulla facciata della casa, in alto poco sotto il tetto, una lapide in arenaria poco più grande di un mattone.

Era ingrigita dal tempo e dalle muffe tuttavia presentava ancora leggibile una scritta a caratteri cubitali: D.O.M. HIERONYMUS DE RAPHAELIS MDCLXXXV. Alla mie curiose domande i vicini risposero che era stata presa da una vecchia casa i cui ruderi erano ancora presenti a poche decine di metri. Per molti anni fantasticai su quali segreti potesse celare quella pietra e su chi fosse l’ignoto personaggio. Compiuti gli studi classici e visitati alcuni edifici sacri antichi mi resi conto che non di una casa doveva trattarsi ma di una chiesa o di un’edicola sacra. Deo Optimo Maximo è infatti una dedica tipica riscontrabile sui frontoni delle chiese. Nonostante tutte le ricerche finora condotte non ho trovato alcuna traccia di un edificio sacro ivi esistente. Non è citato nell’inventario dell’abate Grazia del 1698 né nella relazione della visita pastorale del vescovo De Simone (1776-1777) dove sono riportate tutte le cellette, le stele e gli oratori privati della parrocchia.

Migliore fortuna mi è capitata col nome, Hieronymus De Raphaelis ovvero Gerolamo Raffaelli, che indubbiamente doveva essere il costruttore o finanziatore dell’edificio sacro, nell’anno 1685. La documentazione del personaggio non poteva che emergere dall’archivio parrocchiale di Novilara ma per l’accesso a questo sancta sanctorum dovetti aspettare fin oltre il mio ottavo lustro. Alla fine riuscii nell’impresa e dallo Stato d’anime del 1690 uscì la soluzione al mistero che mi aveva accompagnato fino all’età matura.

Gerolamo Raffaelli (1637-1700) era un ricchissimo proprietario terriero, proprietario anche di un mulino da grano sul torrente Arzilla in società con i Masetti, alias Maggiotti, da cui il mulino ancora porta il nome. Gerolamo discendeva da una delle più antiche famiglie del paese, suo nonno era caporale, forse delle milizie dei Della Rovere e la sua parentela era veramente sterminata. L’origine del suo cognome era patronimica, derivava dal suo quadrisavolo mastro Raffaello (1480-1556) personaggio imponente e prolifico, padre di quattro figli maschi, tutti accasati con le figlie dei più facoltosi novilaresi. Il suo nome completo (presente nel catasto sforzesco del 1506) era magister Raphael Baptistae quondam Petri Ser Michaelis. Sarebbe a dire che mastro Raffaello discendeva nientemeno che da Ser Michele Mattioli, antico notaio novilarese di cui ancora oggi si conservano otto pergamene autografe redatte  tra il 1380 e il 1410.

Oltre al suo ingente patrimonio, Gerolamo Raffaelli ereditò i beni dello zio Michele e della zia Gentile per cui concentrò nelle sue mani tutti i beni della sua stirpe. Ma per sua massima sfortuna non ebbe figli maschi per cui tutto il patrimonio andò in dote all’unica figlia Maria Cassandra che non poté non sposare il rampollo più facoltoso del paese, Andrea Masetti. Con Gerolamo finisce la grande epopea dei Raffaelli per cui la lapide rappresenta in qualche modo il suo “canto del cigno”.

Nel 1967 mentre nel podere si stava facendo lo scassato (aratura molto profonda) per la vigna all’improvviso emersero una grande quantità di mattoncini del tipo opus spicatum di epoca romana, mischiati ad una specie di fanghiglia nera, pezzi di dolio (grossa anfora) e frammenti di tegoloni antichi. Nessuno capì di cosa si trattasse né si preoccupò se non di raccogliere i pezzi e accatastarli da una parte perché non intralciassero i lavori. Qualche mese dopo mentre mio zio lavorava nella vigna all’improvviso sentì un colpo sulla fresa e alzando la macchina vide un ferro rotto. Non riuscì a trattenere un moccolo, prese l’oggetto metallico responsabile del danno e lo scagliò più lontano possibile. Corsi a raccoglierlo e pur nella mia scarsa cultura capii che poteva essere qualcosa di importante per cui me lo portai a casa, lo lavai per bene e lo tenni per anni come fermacarte sulla scrivania. Girando poi per musei, non ultimo il Museo Oliveriano di Pesaro con la sua nutrita raccolta di lucerne antiche, appurai che si trattava di una lucerna  di epoca romana, databile all’incirca al II secolo d.C. Il materiale di cui è fatta, ottone anziché coccio, oltre alla estrema rarità del reperto, indica l’appartenenza ad una famiglia non umile ma benestante.

Nel luogo del ritrovamento a memoria di tutto il vicinato, anche dei più vecchi, non vi era mai stato alcun tipo di costruzione. Ma dove non arriva la memoria dell’uomo arrivano le carte. Scorrendo le mappe del Catasto Pontificio (1815-1926) sul luogo esatto del ritrovamento è segnato un edificio che indubbiamente doveva avere radici molto antiche. Il toponimo Casale d’altra parte rimanda a insediamenti tardo-antichi, accessori a fondi romani, come autorevolmente sostenuto dal prof. Castagnetti.

Così l’antico e il moderno si congiungono attraverso un fil rouge che attraversa venti secoli di storia, apparentemente insignificanti, ma comunque carichi di suggestioni e di mistero.

 

 

 

 

Novilara. Una lapide e una lucerna - le immagini

La lapide sulla casa un tempo abitata dalla Famiglia Delbianco a Novilara
Novilara (Pesaro). La lapide sulla casa un tempo abitata dalla Famiglia Delbianco (tutte le immagini provengono dalla collezione Marco Delbianco - Novilara)
La lucerna ritrovata da Guerrino Delbianco durante i lavori agricoli nel podere di via Casale
La lucerna ritrovata da Guerrino Delbianco durante i lavori agricoli nel podere di via Casale (collezione Marco Delbianco - Novilara)
Novilara (pesaro), 1958. I fratelli Delbianco
I fratelli Delbianco: Guerrino e, in secondo piano, Gino
Testi rilasciati sotto la licenza Creative Commons "Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo" 3.0 Italia
pesaromemolab - Comune di Pesaro - 2012-2014 - P .iva: 00272430414 - contatti - cookie policy - credits